Scritto da ralph-dte.eu su 16 Luglio 2010
L’edizione 2010 del concorso Electrolux Design Lab si concentra su soluzioni creative per la vita negli ambienti a te familiari risparmiando spazio. Nel 2010 si è chiesto agli studenti di design industriale di considerare come la gente prepara e conserva gli alimenti, come ripone e lava i vestiti e come laverà i piatti nelle case del 2050, quando il 74% della popolazione mondiale, si pensa, vivrà in un ambiente urbano.
Clicca sull’immagine sotto per vedere il video degli 8 prodotti finalisti ideati dai migliori studenti di industrial design di tutto il mondo.

I prodotti più tecnologici Electrolux Dometic Waeco per la casa, il camper, la nautica e professional, li trovi da Berardi Store.
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Scritto da ralph-dte.eu su 5 Luglio 2010
Consente di creare una virtual area di preparazione degli alimenti che non occupa spazio immediato.
La cucina a scomparsa è un concetto di realtà virtuale al quale non siamo ancora abituati ed al quale uomini e donne appassionati di cucina non si abitueranno mai (giustamente). Tale tecnologia permette alle persone che vivono una vita in carriera, magari frenetica e sempre fuori casa, di usufruire di una cucina centrale robotica (unica per l’intero edificio/condominio hi-tech) comandata virtualmente dall’interno del proprio appartamento tramite un apposito casco. Mediante questo casco gli abitanti di un edificio possono immaginare di essere in una vera cucina atti a preparare un pasto particolare senza gestire realmente mobili, strumenti, elettrodomestici ed ingredienti. I pensieri degli utenti vengono trasmessi agli chef robot presenti all’interno della cucina centrale dell’edificio; quest’ultimi preparano il pasto esattamente come tu stai decidendo mentre indossi il casco “Kitchen Hideaway” dopodiché un sistema di montacarichi provvederà a consegnare il tuo pranzo o la tua cena al tuo appartamento. In questo modo non ti devi preoccupare di acquistare una cucina, degli elettrodomestici né tantomeno di fare la spesa… Eh già perchè la spesa la ordina la cucina robotica dell’edificio sulla base delle richieste dei condomini.
La Kitchen Hideaway è un’idea di Daniel Dobrogorsky, Australia.

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Scritto da ralph-dte.eu su 28 Aprile 2010
Auto elettriche: il pericolo della troppa silenziosità
Per anni la ricerca delle grandi case produttrici di pneumatici si è basata anche sull’obiettivo di realizzare gomme sempre più silenziose durante il rotolamento. Questo per rendere la marcia più confortevole e dare l’idea di vetture più solide… Ora che le auto elettriche stanno realmente per farsi strada e irrompere nei mercati di tutto il mondo, si inizia addirittura a pensare di fare un passo indietro -è molto raro che accada ma evidentemente non impossibile- e dotare le vetture di pneumatici che non siano poi così silenziosi.
Pare proprio che per i pedoni sarà molto difficile abituarsi all’idea che, attraversando una strada, si corra il rischio di essere investiti* perchè non si è avvertito alcun rumore che ponesse in allarme. Effettivamente, abituati al trambusto della città (ma non solo), siamo ormai in grado di capire se attraversare una strada o meno dando uno sguardo con la coda dell’occhio e soprattutto accertandoci dei rumori prossimi a noi. In tal modo si osserva frequentemente gente che attraversa la strada e guarda il cellulare o un giornale ma che non corre rischi perchè i rumori nelle immediate vicinanze sono ben marcati e distinguibili.
La ricerca potrebbe quindi orientarsi verso pneumatici che emettano un particolare sibilo? In fondo gli strumenti a fiato giocano con l’aria per emettere le diverse note. Potrebbe un pneumatico fare altrettanto? 

*Stessa ragione per la quale spesso i ciclisti vengono maledetti (talvolta ingiustamente); semplicemente non li si sente arrivare e ci comportiamo in modo distratto.
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Scritto da ralph-dte.eu su 31 Marzo 2010
L’auto elettrica andrebbe abbinata al fotovoltaico…
Dice Horacio Pagani (Papà della Pagani Zonda) in una curiosa intervista pubblicata su TopGear che per il momento la soluzione dell’elettrico potrebbe non essere realmente la soluzione più ecologica. Perchè? Per un motivo banalissimo in fondo.
Utilizzare un’auto elettrica in un paese che non predilige le fonti di energia rinnovabili significa solo delocalizzare il problema inquinamento. Mi spiego meglio. L’Italia, come è noto a chi si è documentato, per le energie rinnovabili e pulite e quindi per il fotovoltaico, l’eolico, le biomasse, le correnti marine… è davvero indietro. E’ pertanto inutile acquistare una vettura elettrica desiderando per principio di inquinare meno quando poi la sera, attaccando la spina per effettuare la ricarica, prenderemo energia da una enorme centrale a carbone magari realizzata in Amazzonia. Sposteremo l’inquinamento che assilla le nostre città in un’altra parte del pianeta.
Come dargli torto? In fondo cambiando l’ordine degli addendi il risultato non cambia.

Nell’immagine la presa di ricarica delle vetture puramente elettriche della TESLA. Tale azienda oggi è sicuramente la migliore sul pianeta. Ha realizzato e omologato vetture che vantano velocità di punta da vera sportiva (oltre 210km/h), tempi di ricarica incredibilmente rapidi (2 ore la ricarica rapida), e autonomie con elevatissimi chilometraggi (oltre 350 km). Questo prodotto, abbinato ad un impianto di ricarica fotovoltaico, sarebbe il massimo del massimo attualmente.
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Scritto da ralph-dte.eu su 31 Marzo 2010
I problemi edili sono spesso nascosti e quasi impossibili da individuare. Grazie alla tecnologia ad infrarossi è però possibile rilevare rapidamente sprechi energetici, infiltrazioni, fuoriuscite d’aria, umidità, isolamento non corretto e problemi elettrici.
La tecnologia moderna infatti mette a disposizione un particolare strumento in grado di rilevare tutti gli inconvenienti appena elencati, si tratta della “termocamera ad infrarossi“. E’ in grado di fare un’ispezione non distruttiva dell’intera abitazione in ogni punto, anche il più difficile da raggiungere. Non distruttiva significa che tramite gli infrarossi è in grado di vedere attraverso i muri, (senza dover effettuare lavori a “caso” con gli ingenti problemi che ne conseguono in termini di spesa, di tempo e calcinacci inutili) e rilevare il calore emesso verso l’esterno dall’abitazione. Ma non solo…
Gli strumenti più moderni della categoria sono in grado di generare automaticamente un report in pdf con le immagini e i dati da voi rilevati, sono inoltre in grado di farvi realizzare delle annotazioni vocali e di collegarsi in wireless al computer per il download di tutti i dati.
Nulla sfuggirà ad un vostro attento controllo.

Nell’immagine è possibile osservare un tecnico che effettua un rilevamento delle aree di un edificio dal quale fuoriescono quantità eccessive di calore. In Rosso ovviamente le zone che lasciano passare abbondanti quantità di calore e in blu le zone che non manifestano dispersioni energetiche. Immagine indicativa.
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Scritto da ralph-dte.eu su 7 Marzo 2010
Ci sono un italiano, uno svizzero e un tedesco -3-
Pannelli solari di nuova generazione: Thin film
Costano oltre 3 volte meno e hanno solo vantaggi ma l’Italia non ci sente
Non lasciate il mondo agli stupidi: Un titolo forte, ma non è venuto in mente a me. Si tratta dello slogan pubblicitario di un’imponente azienda tedesca che produce i pannelli solari di nuova generazione: “Thin film”. Sono pannelli ultrasottili con rendimenti ancora più elevati dei tradizionali in commercio di questi tempi. Costano oltre tre volte meno, si installano con una facilità estrema e non necessitano nemmeno di una vite per essere montati.
In Germania continuano a darsi da fare verso la direzione delle energie rinnovabili. Si danno da fare e ottengono grandi risultati. Nel giro dei prossimi 4 o 5 anni non dipenderanno più da altri paesi per il fabbisogno energetico. I governi e gli schieramenti tedeschi dell’uno e l’altro lato si sono incontrati in pieno accordo per favorire questo sviluppo. In Germania una legge chiarissima di sole 10 pagine illustra tutte le regole e le modalità da rispettare, in Italia oltre 17 leggi non riescono a comunicare nient’altro che confusione.
Ad un importante convegno internazionale per la presentazione dei nuovi pannelli solari “Thin film” indovinate quale paese mancava? L’Italia. Nessuno si è presentato per rappresentare la nostra nazione. Ci sarei andato volentieri io
Giappone, Germania, Francia, Olanda, Stati Uniti, Austria… e chi più ne ha più ne metta, tutti interessati ai nuovi pannelli solari “Thin film”. La principale azienda tedesca che li produce è passata in breve da pochi milioni di euro l’anno di fatturato a ben diverse centinaia di milioni di euro. E tutto questo nonostante la crisi. Il settore delle energie rinnovabili è in crescita ovunque… tranne che in Italia.
E le famiglie italiane interessate al solare che cosa hanno incontrato? Ovviamente BUROCRAZIA, BUROCRAZIA, BUROCRAZIA… Decine di carte, permessi, bollettini, marche da bollo e DIA per cosa? Per cercare di dare un mondo migliore e più pulito alle prossime generazioni. In Germania non occorre alcun permesso e nessuna spesa oltre ai pannelli stessi. Che bellezza.
Possiamo vincere tutti i mondiali di calcio che vogliamo ma altri paesi del mondo sono in grado di vincere partite che faranno vivere il pianeta e i nostri figli. Non credo sia proprio la stessa cosa.

In Germania il mercato del fotovoltaico da posti di lavoro a centinaia di persone in più al mese, offre risparmi allo stato quantificabili in miliardi di euro l’anno di energia non più acquistata all’estero, riduce in modo massiccio l’immissione di anidride carbonica nell’aria.
Link interessanti a precedenti articoli sull’efficienza dei paesi vicini all’Italia:
Ci sono un italiano, uno svizzero e un tedesco -2-
Ci sono un italiano, uno svizzero e un tedesco -1-
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Scritto da ralph-dte.eu su 6 Gennaio 2010
La cottura dei primi telai in carbonio della Ferrari
Le scocche delle Ferrari 126 C3 e 126 C4 utilizzavano pannelli composti da due strati di fibre (carbonio e kevlar) con all’interno una struttura a nido d’api. All’interno dell’autoclave veniva posto lo stampo del pezzo da cuocere; al suo interno veniva stesa la prima pelle di fibra, il materiale a nido d’api ed infine la seconda pelle. Lo stampo veniva sigillato con una sorta di sacco di plastica a tenuta stagna. Tramite una presa d’aria veniva ottenuto il vuoto all’interno del sacco. Il ciclo termico durava dalle due ore e mezzo alle sei ore a seconda della sua complessità. Opportune sonde venivano posizionate lungo l’intero pezzo da cuocere per poter verificare la temperatura nei vari punti. Il buon bilanciamento delle variabili vuoto pressione temperatura permetteva (e permette tutt’ora) di ottenere precisioni dimensionali notevoli.
In breve ecco le tre fasi del processo di cottura adottato per le Ferrari 126 C3 e 126 C4:
1. Si parte con una pressione di meno un’atmosfera (-1 kg/cm2) che agisce sul pezzo mentre la temperatura è quella ambientale. Per alcuni minuti viene aumentata la pressione e si controlla se ci sono perdite. Successivamente si inizia a scaldare l’autoclave. La temperatura sale, la resina si scioglie e bagna il pezzo in tutti i punti. Si stabilizza la temperatura intorno ai 120/180°C che rappresentano il punto di polimerizzazione.
2. Si lasciano costanti i valori di pressione e temperatura in modo tale da spingere la resina in modo uniforme. Questo evita che ci siano dei punti vuoti e dei punti con sovrabbondanza di resina. Anche la pressione elevata aiuta la polimerizzazione.
3. Il pezzo è pronto , la resina è cotta, tuttavia è ancora debole. Si procede quindi ad un leggero raffreddamento totale e ad estrarre il pezzo dall’autoclave. La durata del ciclo, oltre che dalla complessità del pezzo, dipende dal materiale adottato per realizzare lo stampo.

La tecnica descritta risale ad oltre 20 anni fa. Sebbene la fisica e la chimica non siano cambiate in questo intervallo di tempo, molti dettagli di questo processo si sono affinati ed evoluti. Alcune aziende descrivono tranquillamente i loro procedimenti attuali, altre preferiscono tenere per sé un metodo corretto in base alle loro conoscenze.
Per rivedere tutti gli articoli di questa rubrica, ti è sufficiente scrivere nella casella cerca in alto a destra sulla pagina: Autoclave.
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Scritto da ralph-dte.eu su 23 Dicembre 2009
Autoclave e tecnica
Detto in parole povere, un’autoclave non è altro che un contenitore in pressione scaldato. Un grosso forno sottovuoto dove vengono cotti pannelli compositi, fibre e resine. Lo scopo dell’autoclave è la polimerizzazione e cottura di fibre e resine mediante processi termici. Non vengono cotte solo le scocche, bensì anche alettoni, carrozzerie, deflettori, elementi aerodinamici aggiuntivi, pannelli vari…
Gli ingegneri della Formula1 (anche se oggi questa tecnica è estesa a molte più categorie: DTM, rally, superturismo, campionati GT, campionati prototipi…) progettano e forniscono alle ditte specializzate tutti i disegni ed i calcoli inerenti la disposizone e gli intrecci delle fibre di carbonio e kevlar. Questo, oltre ad accrescere la specializzazione dei fornitori del servizio, permette ai team di ottenere telai e componentistica realizzata ad hoc per le proprie esigenze progettuali.
Alcune squadre non affidano a terzi questo compito e decidono di produrre in casa tali componenti e testando metodi che poi resteranno segreti. Un’autoclave che riesce ad adempire a tali compiti, oggi, può costare cifre che si aggirano intorno ad alcune centinaia di migliaia d’euro. Una spesa tuttosommato sostenibile da grandi costruttori. Per chi, come me, non può acquistare una propria autoclave per la realizzazione di una determinata componentistica (di cui parlerò meglio in seguito) esistono particolari ditte che offrono esclusivamente il servizio di “cottura”. Su grandi volumi di produzione risulta senz’altro un metodo poco conveniente, ma per chi “sperimenta” o produce una “serie limitata” può essere una soluzione interessante.
Un’autoclave è composta da un recipiente in acciaio che può avere un diametro utile fino a 3 metri (nel caso di realizzazioni di tipo automobilistico) ed una lunghezza utile fino a 4,5 metri. Si possono raggiungere valori di temperatura e pressione simili a quelli di un pianeta inospitale come Marte. La pressione può raggiungere gli 8 bar e la temperatura può superare i 200°C. Esistono inoltre aziende in grado di produrre particolari autoclavi sulle specifiche richieste del cliente ma si tratta di un’opzione assai rara.
Stranamente la temperatura non viene innalzata sfruttando la corrente elettrica (e ne ignoro il motivo) bensì con l’ausilio di una particolare batteria posta all’interno dell’autoclave ed alimentata da olio diametrico. Una ventola di dimensioni assai generose provvede a distribuire il calore in maniera omogenea. Nella fase che prevede il raffreddamento del contenuto un’altra particolare batteria provvede ad alimentare questo processo.

clicca per ingrandire
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Scritto da ralph-dte.eu su 23 Dicembre 2009
Rubrica: Esisteranno materiali alternativi al cemento?
Titolo o argomento: Icebox - Struttura in legno per il negozio
Icebox e’ un particolare progetto di una struttura interamente realizzata in “legno” destinata ad uso laboratorio per la produzione del gelato con area vendita. I vantaggi indiscussi del progetto sono:
Un’elevata velocità di esecuzione del progetto
Alta resa energetica
Ecosostenibilità
Utilizzo di un materiale caldo, accogliente, bello…
Elevata sicurezza in caso di sismi.
La struttura è posata su plinti ed è sollevata di 50 cm dalla strada; il piano di calpestio è costituito da un solaio con struttura in legno. La soletta rialzata diventa parete e poi, senza discontinuità, forma la copertura della struttura che sarà realizzata con pannelli in legno con isolante e impermeabilizzante. Il legno non è in vista ma, una volta isolato termicamente, viene rivestito con intonaco, elemento tradizionale dell’architettura padano-veneta. La parte piu’ chiusa, quella della produzione, dialoga con le ampie vetrate del lato vendita che guardano verso la campagna circostante e la vegetazione preservata sul retro.
La lunga rampa raccorda gli elementi divenendone essa stessa componente eccezionale. In un luogo di distratto e rapido attraversamento il colore gioca un ruolo essenziale: l’arancione della parete in contrasto con il grigio della pavimentazione e il crema della “C” pavimento-parete-tetto, attrae senza bisogno di ulteriori inutili richiami percettivi.

Progettisti: Navarrini Architetti e Associati.
Collaboratori: E.Bonvento, P.Pennacchietti, P.Chiaron, E. Dall’Oco, A. Tognin.
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